Sul concetto di Radical Fashion
IVO MILAN — Comme des Garçons, Spring/Summer 2018
Nel 2001 Claire Wilcox, curatrice del Victoria and Albert Museum di Londra, inaugurò una mostra destinata a lasciare un segno nel racconto della moda contemporanea: Radical Fashion.
Undici designer, provenienti da culture e percorsi differenti, furono riuniti nella stessa esposizione non perché condividessero uno stile o un linguaggio comune, ma perché accomunati dalla capacità di mettere in discussione le convenzioni della moda e, attraverso di essa, quelle della società.
Tra loro figuravano Rei Kawakubo/Comme des Garçons, Junya Watanabe, Issey Miyake, Martin Margiela, Yohji Yamamoto e Vivienne Westwood. Tutti designer presenti o ospitati, nel corso degli anni, da IVO MILAN.
IVO MILAN window — Issey Miyake, 2005
La scelta del termine radical, adottato dalla Wilcox, è significativa.
Oltre a indicare uno spostamento netto, una rottura rispetto a quanto si era visto prima, definiva collezioni profondamente radicate in un personale e complesso progetto creativo.
Ognuno di questi autori interpretava l'abito come opportunità per dare espressione e forma ad aspetti diversi della persona, cogliendone tratti che potevano disvelarsi e manifestarsi proprio attraverso ciò che si indossa.
Non più, quindi, strumento di ostentazione di uno status riconoscibile nell'adesione alle diverse mode stagionali, bensì sfida intellettuale e creativa: l'abito diviene appendice propulsiva della personalità di chi lo indossa.
Per quanto possa richiamarlo linguisticamente, il concetto di Radical Fashion non ha quindi nulla a che vedere con l'espressione Radical Chic e con le sue accezioni negative e contraddittorie.
A distanza di oltre vent'anni dall'esposizione londinese, nonostante i molti e rapidi cambiamenti attraversati dalla moda, i significati di Radical Fashion continuano a descrivere il modo “alla IVO MILAN” di immaginare e scegliere le collezioni stagionali, secondo criteri rimasti costanti nel tempo: emozione estetica, coraggio nell'affrontare anche i capi più arditi e apertura verso linguaggi poco battuti e riconosciuti.
Un modo pionieristico di intendere la moda, libero dalle rassicuranti tendenze stagionali e dalle strade già percorse, fedele alla preparazione e alle attese del proprio pubblico indipendente.
IVO MILAN — Junya Watanabe, Spring/Summer 2017