Articolo: Divagazioni tra arte e moda: sull'opera aperta
Divagazioni tra arte e moda: sull'opera aperta
All'inizio del Novecento l'astrattismo segna una frattura radicale nella storia dell'arte: la forma si emancipa dalla necessità di rappresentare il mondo visibile. Linee, colori, geometrie e superfici conquistano una propria autonomia, dando vita a relazioni, tensioni ed equilibri fino ad allora inesplorati.
Negli stessi decenni il jazz irrompe nel linguaggio musicale occidentale. Nuove libertà ritmiche, armoniche e interpretative. L'improvvisazione diventa una possibilità creativa fondamentale: un tema musicale non è più soltanto qualcosa da riprodurre, ma una struttura dalla quale possono nascere sonorità sempre differenti e divergenti.
Pur nelle loro diversità, astrattismo e jazz condividono una straordinaria capacità di mettere in discussione le convenzioni, ampliando le possibilità espressive dei rispettivi linguaggi.
Nel celebre saggio Opera aperta, pubblicato nel 1962, Umberto Eco indaga una trasformazione profonda delle poetiche contemporanee: il superamento dell'opera intesa come forma chiusa, portatrice di un significato unico e definitivo, a favore di una struttura che sollecita la partecipazione interpretativa di chi la incontra. Un coinvolgimento né lineare né immediato, poiché fuori dagli schemi classicamente codificati.
Diversi decenni più tardi e da un contesto culturale ancora differente, l'avanguardia giapponese irrompe nella moda occidentale con la stessa radicale e complessa innovazione semantica.
Tra gli anni Settanta e i primi Ottanta del Novecento, Issey Miyake prima, Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto poi, sfilano a Parigi scardinando lo scenario classico del prêt-à-porter occidentale. La silhouette femminile, traccia tradizionale dell'atto stilistico, viene alterata, scossa da tagli, squarci, squilibri e sproporzioni, volumi spiazzanti e frequenti sovrapposizioni.
Lo stesso Giorgio Armani, nel pieno del successo, si oppose fermamente a riconoscerne la legittimità, con critiche esplicite e severe prese di posizione*. Lo status quo andava mantenuto.
In realtà, come già nel mondo dell'arte, la rivoluzione non poteva arrestarsi.
Quel tarlo più complesso e più aderente alle molteplici pieghe della sensibilità umana, alle sue richieste, fece breccia.
L'idea che l'abito potesse andare oltre la semplice valorizzazione del fisico e dello status di chi lo indossava si fece strada, affascinando e coinvolgendo il pubblico più critico e indipendente, soprattutto quello sensibile al mondo dell'arte.
Nelle costruzioni di Rei Kawakubo questa emancipazione raggiunge esiti particolarmente prolifici: volumi inattesi, deformazioni e proporzioni contraddicono sistematicamente la silhouette femminile, interrogano la stessa definizione di bellezza e ne ricostruiscono un'altra: esigente, emancipata, contemporanea. Spesso in conflitto con le attese manieristiche dell'estetica dominante, che, in particolare rispetto alla donna, ha obiettivi ben precisi: farla apparire seducente, slanciata, giovane e, perché no?, ricca e accomodante.
Un linguaggio colto e coraggioso, in cui le molteplici «nuove forme» non escludono assolutamente un'idea di bellezza, ma ne contestano, come già il jazz, l'astrattismo e l'informale, una sua definizione univoca. La stessa dicotomia basilare, maschile e femminile, viene superata facendo spazio a identità più complesse e fluide.
Se l'astrattismo ha liberato l'opera d'arte dalla necessità di rappresentare il mondo, il jazz ha ampliato le possibilità di interpretazione del linguaggio musicale e l'avanguardia giapponese ha tentato di liberare l'abito dall'obbligo di rappresentare un ideale prestabilito di corpo e di bellezza.
Tre esperienze differenti, accomunate dalla capacità di riconoscere nella forma non un limite definitivo, ma un territorio di possibilità.
È forse proprio qui che la moda d'avanguardia rivela una delle sue qualità più originali: una ricerca intellettuale che, attraverso la libertà interpretativa di chi indossa l'abito, entra nella quotidianità, accompagna i gesti, le relazioni umane e, un po' alla volta, trasforma la stessa percezione di sé e delle proprie necessità espressive.
*Gisella Borioli, legata alla rivista Donna, racconta di aver pubblicato un servizio di otto pagine, fotografato da Fabrizio Ferri, dedicato a Comme des Garçons, Yohji Yamamoto e Issey Miyake, con abiti indossati da donne reali di età e corporature diverse. Armani la convocò e le disse: «Ma cos'è questa roba? Tu devi fare il Made in Italy». Lei rispose che documentare quella trasformazione era precisamente il compito di una rivista di moda.
Fonte: Vanity Fair – Giorgio Armani, ricordi personali di amici e collaboratori









